GIORGIO TENTOLINI E MICHAEL GAMBINO| ILLUSIONI E NARRAZIONI

Dal 24.02.2018 al 18.03.2018

A cura di Alessandra Radelli

 

Gioca di sponda tra illusioni ottiche, finzioni, suggestioni e storie narrate la mostra in programma dal 24 febbraio al 18 marzo alla Galleria Biffi Arte di Piacenza. Organizzato in collaborazione con Colossi Arte Contemporanea di Brescia, il progetto mette a confronto e in dialogo due artisti dell’ultima generazione, entrambi caratterizzati da un immaginario multiforme, da un uso libero e inedito dei materiali e dalla capacità di muoversi in equilibrio tra una figurazione pulita e un concettuale intelligente e sofisticato. Giorgio Tentolini presenta una serie di figure femminili che pur collocandosi nell’iconografia più tradizionale – quella del ritratto e del nudo – spiazzano per la scelta di un materiale duro, inaspettato: una serie di stratificazioni di rete metallica ritagliata dall’artista in modo da ricostruire l’effetto del chiaroscuro fotografico. Stratificare materiali, ritagliarli, scomporre l’immagine per poi ricomporla come in un incantesimo, muoversi in un mondo ibrido tra bidimensionalità e scultura è stata la modalità dell’artista fin dall’inizio, quando faceva comparire personaggi fantasmatici tra strati di tulle o li creava da sovrapposizioni di nastro adesivo. Ma oggi, con la rete metallica, Tentolini ha fatto un ulteriore passo avanti. Le sue grandi Jeune filles, infatti, se viste da lontano ci osservano ammiccanti e sensuali, integre nella loro fisicità, una volta che lo spettatore si avvicina, incuriosito dalla consistenza ruvida del materiale, magicamente si dissolvono, si smaterializzano in un intrico di nodi metallici, in una versione riveduta e corretta dell’Optical Art e dell’Arte Cinetica. E ancora nuove letture offre il lavoro quando si scopre che a queste Jeune filles contemporanee Tentolini affianca le teste della statuaria classica, che ai loro corpi sensuali avvicina quelli di Veneri antiche, piene e materne, dandoci la misura di una bellezza che cambia e dell’inesorabile scorrere del tempo. Anche Michael Gambino si muove tra la bidimensionalità dell’opera a parete – questo sono, a tutti gli effetti, le sue installazioni – e la tridimensionalità della scultura, costituita qui di elementi recuperati (e l’objet trouvé in questo caso è il libro) e sciami di farfalle. Non le farfalle di Hirst, però, memento mori violentemente strappato alla vita in nome dell’arte, ma finzioni, illusioni di sciami: le farfalle, infatti, sono create dall’artista, ritagliando pazientemente la carta secondo i colori della natura. Sono queste creature leggere, dall’aspetto perennemente vibrante, a uscire come storie narrate dalle pagine dei libri che lui incastona al centro di composizioni eleganti, pulitissime, giocate su sinfonie di colori accesi. E sono sempre loro a sostanziare le grandi planimetrie, realizzate con uno sguardo alla gioia cromatica di Boetti e un altro alla precisione scientifica (Gambino viene da studi in scienze e biologia) che lo spinge a costruire ogni nazione proprio con le farfalle che lì, in quei luoghi, hanno il loro habitat. E – ancora – sono le farfalle protagoniste dei ritratti di profilo, spesso installazioni site-specific, che invadono gli spazi espositivi in un trionfo di ali palpitanti, in un brusio sommesso di colori e di luce. Simboli dell’effimero, precarie e fuggevoli, ma capaci di rinascere in forme nuove, di rivivere, e dunque – anche – simboli della metamorfosi e dell’eternità, le farfalle sono, per Gambino, l’idea stessa della bellezza. Una bellezza che racconta il mondo (sì, proprio il pianeta) e lo redime, che trasfigura la parola in poesia, che sostanzia le persone che amiamo. Una bellezza salvifica che può disperdersi in un istante, nel volo improvviso dello sciame, ma che in virtù dell’arte prima o poi tornerà a posarsi.